Era passato un anno da quando, in quel brutto incidente stradale, gli erano morti i genitori. Era passato un anno da quando quel maledetto camion gli aveva rovinato la vita. Era passato un anno da quando si era risvegliato davanti alla macchina infuocata senza trovare i genitori. Ed era da un anno che si trovava in quello stramaledetto orfanotrofio ma non si era ancora abituato.
A volte vedeva sua madre che preparava la colazione. A volte, quando faceva gli incubi, chiamava ancora suo padre, ricevendo solo le cuscinate dei suoi compagni di stanza. Eppure, in quell’orfanotrofio c’era tutto: cucina, mensa, dormitorio, scuola, bagni, parco giochi e una stanza sempre chiusa. Era lì che andavano i bambini bravi. Ed era in quell’8 gennaio 3024 che Daniel sarebbe cambiato per sempre. Alle 7:30 la sveglia suonò nella stanza dei ragazzi.
Come ogni mattina Daniel mugolò cose indecifrabili da sotto la coperta. Una volta alzato fece come al solito. Si vestì, fece colazione, sì lavò i denti e andò in classe. «Che cosa c’è oggi?», domandò Daniel, notando l’agitazione dei suoi compagni. «Ma non ti ricordi? C’è il test!», gli disse Jack, il suo migliore amico, mentre distribuivano già i fogli. Furono due ore di dolore e caos. Alla fine del tempo, tutti osservavano il professore controllare le verifiche e dire: «Bravo Daniel! Sei stato un bravo bambino. Puoi andare nella stanza. Ti accompagno». Daniel era pazzo di gioia. Scalpitava gioioso dietro al professore.
Il professore lo accompagno fino a una stanza, dove c’erano un lettino da dentista al centro e sulla parete davanti ad esso un televisore. Sullo schermo apparve la scritta Accomodati. Daniel fece come scritto e apparve il volto di una donna sui trent’anni. «Ciao! Io sono Miss Grace.», cominciò lei. «Se sei qui, sei stato un bravissimo bambino! Accanto a te c’è un succo di frutta, solo per te!». Daniel guardò un braccio meccanico che gli porgeva la bottiglietta con la bevanda. Lui la prese e cominciò a berla con gusto.
«Vuoi risvegliarti in un mondo fatato? Allora, chiudi gli occhi, addormentati e ti risveglierai in paradiso!», concluse Miss Grace con un sorriso. Daniel fece come detto, chiuse gli occhi e si addormentò.
Si risvegliò un’ora dopo, in una camera ricoperta interamente di gomma piuma colorata. C’erano una tv, un sacco di cuscini, dei cubi, un baule e uno specchio. Daniel cercò di alzarsi ma cadde sull’ammasso di cuscini e la tv si accese con un ronzio.
«Ciao! Sono io. Miss Grace! Vuoi fare un gioco, Mark?».
«Si, certo! Però io sono Daniel», rispose lui.
Cinque braccia meccaniche uscirono dal soffitto. In mano tenevano dei peluche grandi quanto una mano, che furono posizionati sotto delle luci colorate. Appena partì un’allegra melodia, i peluche si misero a ballare. Solo uno restò fermo e, anzi, si sedette a braccia incrociate.
«Ehi, Mark», disse Miss Grace, «metti il giocattolo cattivo nel baule».
«Ok, ma non sono Mark», disse con un sorriso. Così, prese in mano il peluche che cominciò a dimenarsi.
«Lasciami! Lasciami! Non mettermi nel baule! Giocherò! Sarò bravo!», urlò il giocattolo in preda al panico.
«Stai tranquillo», disse Daniel avvicinandosi al baule. «Dopo ti tiro fuori».
Appena aprì il baule, il suo cuore si fermò. Dentro era buio come la pece e non si vedeva il fondo. Cercò di non pensarci, chiuse gli occhi e lanciò il giocattolo dentro. Si sentì un tonfo e uno sfrigolio di ferro su ferro. Daniel sì avvicinò lentamente allo specchio, mezzo rintontito per l’accaduto, e, guardando la sua immagine riflessa, capì che forse era lui il cattivo della storia.
